Come Machiavelli
in su l’uscio mi spoglio di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno di parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi trasferisco in loro.



Gli uomini per i quali vivo possono essere nulla per me. Perciò il mio massimo godimento nella vita sono i monumenti, i pensieri tramandati di esseri simili a me, che un tempo si sono affannati, come me, tra quelli. La loro lettera morta mi parla in un tono più familiare che non la viva esistenza dei bipedi. Per l’emigrato, infatti, una lettera da casa vale più di una conversazione con gli stranieri che gli stanno intorno. E così pure per il viaggiatore su isole deserte, le tracce di esseri umani, che un tempo sono passati di lì, sono più familiari di tutte le scimmie e i cacatua sugli alberi.
Comment by Arturo Schopenhauer — 24 January 2005 @ 2:30 pm
E così il dialogo più importante della tua vita si svolge con gli autori dei libri che leggi. Anche se non sono presenti, essi diventano la tua comunità.
Comment by Jonatan Franzen — 10 January 2006 @ 2:47 pm