Ieri ho pensato che forse una delle mie caratteristiche migliori è quella di “sentire” le persone, riucire a capire profondamente che cosa sente chi mi sta davanti, cogliendo un tono particolare di voce, uno sguardo, un’espressione. Giovedì mattina ho seguito un’interessantissima lezione di antropologia giuridica per un seminario, dove il professore, preparatissimo, ha parlato dell’empatia e della scoperta del suo fondamento scientifico. Ci sono nel cervello dei neuroni “specchio” che si attivano sia quando tu compi un’azione, sia quando la vedi compiere da un altro. Se io tiro un sasso o se vedo un ragazzo che lo tira. E’ molto affascinante, ma c’è anche qualcos’altro. C’è la curiosità, c’è la voglia di emozionarsi. Anche per un gesto piccolo, un piccolo oggetto, un piccolo regalo: buoni biscottini, pane e olio buoni tipici della Sardegna, ricordo di persone che non ricordavi e forse non ricordi. Ieri pomeriggio un vecchietto mi ha fermata sotto casa per chiedermi un’indicazione. Con un tono di voce stentato, mi ha chiesto dove fosse il liceo. Ci ho messo un attimo a capire che cosa chiedesse, poi ho capito, e gli ho indicato la via, breve, per il Liceo. Mi sono voltata, e ho iniziato a chiedermi che cosa potesse cercare, quel tenero vecchietto, di pomeriggio al Liceo (ho sempre avvertito molto la tenerezza negli anziani), ho pensato che magari conosceva i miei nonni. Poi, ho trovato l’invito per una manifestazione di partigiani che si svolgeva ieri nel tardo pomeriggio. Allora, era un partigiano, o magari conosceva un partigiano… Avrei voluto chiedergli, sentirlo raccontare la sua storia, la storia di quelle guance rugose e di quegli occhi sorridenti. Sono quei momenti in cui mi sento in colpa, sento che si va perdendo qualcosa. Lo sento spesso quando ho fretta, quando non dedico il tempo che dovrei ad ascoltare chi mi potrebbe insegnare tanto; poi, me ne accorgo, vorrei tornare indietro. Ma, come tutti, non lo faccio, mi vergogno. Ma quelle persone si vanno perdendo, molte le ho già perse, di molte sento parlare, ma magari troppo tardi. E’ vero, basta a volte un sorriso che si apre per farti sentire tuffato in un mondo, un sorriso sdentato ma sincero, come quello di un bambino. Sono così belli, i sorrisi dei vecchi, sono così dolci. Basta, ora smetto, se non finisce che piango, e non è il caso. Scrivendo, certe volte, piango da sola, cioè, mi faccio venire le lacrime agli occhi come se fosse un altro che scrive e Adriana che legge e si lascia coinvolgere. Eh, anche i cuori di pietra alle volte cedono…
Oggi pomeriggio ho riascoltato questa canzone:
Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso.
Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere, parole d’amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso.
Rosa gialla rosa di rame
mai ballato così a lungo
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino
alla fine siamo caduti sopra il fieno.
Persa per molto persa per poco
presa sul serio presa per gioco
non c’è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera
spettinata da tutti i venti della sera.
E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.
T’ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo
presa in trappola da un tailleur grigio fumo
i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino
camminavi fianco a fianco al tuo assassino.
Ma se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso.
Riconosciuta? E’ De André. Mica poco. Non molto conosciuta, ma per me è una poesia; messa su una musica che ti arriva dritta al cuore, tanto che…mi da fastidio sentirla con altri, ci vuole silenzio, ci vuole…concentrazione. Ascoltandola, mi sembrava davvero che avesse una costruzione ricca, ricca più delle “solite” canzoni, ricca anche più di molte altre di De André. Ha una storia, un racconto, una serie di riferimenti, è anche un giorno. C’è la natura con i suoi caratteri, l’amore, la musica, e la donna fa parte della natura, è la natura che la ricostruirebbe, le parole per lei sono di natura, poi c’è la città, la stazione, il profumo (chimico), l’assassino. Come dire, finché eravamo nel fienile, tutto andava bene, poi tu hai voluto tornare in città… C’è lei che tiene in mano il suo destino, è lei che vuole tornare in città, vuole deliberatamente camminare fianco a fianco al suo assassino. Poi c’è una frase ripresa magistralmente da Battiato (strano che non conoscesse la canzone di De André, a me sembra più che altro un riferimento, una citazione; non per nulla, Battiato ha ridato nuova linfa a due capolavori del cantautore genovese): ne La Cura, la più bella dichiarazione d’amore che abbia mai sentito, il Maestro dice tesserò i tuoi capelli come trame di un canto (meglio ancora, no?). Eppoi c’è quella frase… Persa per molto persa per poco presa sul serio presa per gioco, questa è incredibile… Vabé. Ho sottolineato le cose che mi colpiscono, ma tutta è famtastica. E ora mi rimetto a scrivere la tesi.