Lato A: un gruppo di persone si riunisce. C’è chi lo desidera, chi non sa che fare, c’è chi si sente costretto e chi si forza. Parlano, la maggior parte sono giovani. Chi pensa già al week-end, chi è stanco dopo una giornata di lavoro, chi pensa ai propri interessi e chi, cosa pensa non lo so, ma forse nemmeno pensa. Un gruppo normale di persone normali, che pensano e scherzano. Lasciano aperto uno spiraglio sulla piazza, uno spiraglio luminoso e rumoroso: voci che trapelano, di uomini e donne, ragazzi e ragazze. A fine serata, si beve qualcosa come al solito. Si scherza,io scherzo. A questo punto entra in scena lui, il protagonista, l’estraneo. Si avvicina, ma resta defilato. Sono girata di schiena: volgo la testa, lo guardo, sono imbarazzata, non posso fissarlo, mi giro. Chiede solo un goccio da bere. Pensiero (non mio). Sì, va bene (soldi non gliene si dà, è conosciuto). “E’ buono”. Parla poco, dice “va bene, è buono”. “E’ buono sì, questo è fatto in casa!”. Esce di scena.
Lato B: passo, passo nella piazza, è notte, sono quasi le undici, passo e in cima a quegli scalini vedo una luce calda, sento delle voci. Prendo coraggio (prendo coraggio? dove lo prendo? ci vuole coraggio? ho una vergogna? sì, ho una dignità), salgo gli scalini, dietro la porta ancora scalini, poi un bancone. Mi fermo. Oltre il bancone, un gruppo di giovani che parlano e bevono e ridono e scherzano e sorridono con le sedie disposte in cerchio intorno a un tavolo. Chiedo solo un goccio da bere. Me lo danno, è buono. Soldi, lo so già, che lì non me ne danno. Ho fatto due parole. Esco, vado via, torno nella piazza.
Sono parole, parole inutili, parole scritte perché cosa posso fare se non scriverle? Cosa c’è nella mente delle persone? Cosa bisogna fare, cosa bisogna dire? Non lo so. Cosa voglio dire? Non lo so, fermare un ricordo, fermare un’impressione di amaro in bocca, di fastidio per gli intellettualismi. Di poche, pochissime parole di una persona contro dieci, cento, mille persone che parlano e si muovono e pensano e ridono e scherzano. Un solo pensiero dilaniante della vita di chi non vive la vita e di chi la vita l’ha avuta per troppo poco tempo e non riesci a capire perché. Non te lo spieghi. Come si può morire a 20 anni? Non te lo puoi permettere, troppe cose da fare, da provare, da dire, troppe gioie e troppi dolori, che non puoi chiudere così. Non siamo santi, non lo sono io, perché sono la prima a dare per scontate troppe cose. Quando impareremo la lezione?