Leggo e riporto
Da www.misna.org 14/2/2006 20.48
L’Iraq resta uno dei posti più pericolosi per svolgere l’attività giornalistica: è la conclusione a cui è giunto il Comitato per la protezione dei giornalisti (Commitee protection journalists, Cpj), con sede a New York, nel suo rapporto annuale presentato oggi, concordando così con altri osservatori. Secondo il Cpj, nel 2005 sono stati proditoriamente assassinati o uccisi durante lo svolgimento del loro lavoro 47 giornalisti nel mondo di cui 22 in Iraq. Salirebbe così a 61 il numero complessivo di reporter che hanno perso la vita sul campo in Iraq dall’inizio delle operazioni militari statunitensi nel 2003; una cifra di poco inferiore al bilancio di 63 giornalisti uccisi durante la guerra in Vietnam e in Cambogia nel decennio 1965-1975, e ai 69 operatori dell’informazione morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ai giornalisti morti in Iraq, il Cpj aggiunge in un conteggio separato 23 dipendenti dell’informazione (traduttori, autisti ed altro). Secondo il Newseum, istituzione culturale nella città di Washington dedicata all’informazione, dall’inizio del conflitto sarebbero invece 66 gli operatori dell’informazione morti complessivamente in Iraq. La differenza nei bilanci dipende dai parametri utilizzati per definire i decessi sul campo. Cifre ancora diverse sono state fornite a gennaio dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj). Tuttavia, nonostante i differenti criteri, tutti convengono nel ritenere la nazione mediorientale lo scenario più pericoloso per la vita dei professionisti dell’informazione. Tornando al dossier della Cpj, dal titolo “Attacco alla Stampa”, la Cina, con 32 giornalisti in manette, guida la lista della nazioni con il maggior numero di reporter dietro le sbarre, seguita da Cuba (24), Etiopia ed Eritrea. A dicembre dello scorso anno nella lista sono saliti in sesta posizione gli Stati Uniti dopo aver imprigionato in centri di detenzione in Iraq tre giornalisti iracheni e un cameraman sudanese dell’emittente Al Jazeera, attualmente detenuto a Guantanamo, mentre in patria ha trascorso 85 giorni dietro le sbarre la giornalista del New York Times, Judith Miller, coinvolta nello scandalo Ciagate. Con la liberazione dei tre giornalisti iracheni, gli Usa sono scesi all’ottavo posto nella classifica generale.



ottavo posto, dài, non è così male.
hanno pur sempre l’eritrea davanti. per ora.
Comment by umberto — 20 February 2006 @ 8:48 pm
Oddio sto soffocando dalle risate…Umby mi manchi!!! Voglio venire all’università con te!!!
Comment by Administrator — 20 February 2006 @ 11:03 pm
mha! i misteri della tecnologia!!!
Praticamente ho scoperto che posso scriverti un commento alla volta!
Per scriverne un altro devo chiudere la pagina e riaprirne un’altra…..è normale???
BHOOOO
Comment by Guady — 21 February 2006 @ 11:43 am
ehm… NO
Comment by Administrator — 21 February 2006 @ 1:09 pm